Siti porno durante il lavoro? Attenzione alle contestazioni disciplinari!

La Corte di Cassazione, nella recente sentenza 18443-13  ha ritenuto illegittimo il trattamento dei dati posto in essere da una società che, nel comminare ai danni di un proprio dipendente, dapprima una contestazione disciplinare e poi l’intimazione del licenziamento, ha riportato analiticamente il contenuto degli accessi ai siti internet compiuti durante l’orario di lavoro.

Il Fatto

G.F. avendo ricevuto dalla casa di cura ricorrente, presso cui prestava servizio come addetto all’accettazione e al banco referti, una contestazione disciplinare relativa ad accessi ad Internet non autorizzati effettuati sul luogo di lavoro, ha chiesto il blocco e la cancellazione dei dati personali che lo riguardano relativi a tali accessi, ai sensi dell’art. 7 Codice.

Il datore li aveva documentati producendo numerose pagine – allegate alla contestazione disciplinare – recanti, in particolare, informazioni relative ai “file” temporanei e ai “cookie” originati, sul computer utilizzato dal ricorrente, dalla navigazione in rete avvenuta durante sessioni di lavoro avviate con la password del ricorrente medesimo.

Non avendo ricevuto riscontro, il ricorrente ha presentato ricorso al Garante ai sensi degli art. 145 e s. del Codice, ritenendo illecito il trattamento. Il lavoratore ha sostenuto che tra i dati in questione comparivano anche alcune informazioni di carattere sensibile idonee a rivelare, in particolare, convinzioni religiose, opinioni sindacali, nonché gusti e tendenze sessuali posto che numerosi file fanno riferimento a siti Internet a contenuto pornografico. La resistente avrebbe trattato tali dati senza alcun consenso e senza informare preventivamente circa la possibilità di effettuare controlli sui terminali d’ufficio né l’interessato, né il “sindacato interno all’azienda (…), in aperto spregio all’articolo 4 dello Statuto dei lavoratori che prevede che tale attività può avvenire solo previo consenso del sindacato o dell’ispettorato del lavoro”.

Il Garante prima, e il Tribunale di Palermo poi, danno ragione al lavoratore, ritenendo che siffatti dati, trattati dall’azienda, siano da catalogare come “sensibili”: l’utilizzo da parte della società sarebbe stato legittimo solo se il trattamento fosse stato necessario per far valere, o difendere, un diritto in sede giudiziaria.

La decisione della Corte

La fattispecie approda in Cassazione, dove la I^ sezione civile, respingendo il ricorso presentato dalla società datrice di lavoro, conferma quanto già accertato dalle autorità precedenti: pur essendo lecita la contestazione disciplinare, il trattamento dei dati sensibili era avvenuto in modo eccedente rispetto alla finalità del medesimo.

In particolare il Tribunale, adito a seguito del pronunciamento del Garante, aveva, a ragione, condiviso la tesi espressa da questi, secondo cui la società ricorrente avrebbe potuto dimostrare l’illiceità della condotta del prestatore, “in rapporto al corretto uso degli strumenti affidati sul luogo di lavoro”, limitandosi a dar prova degli accessi indebiti ad internet, attraverso una modalità differente da quella nei fatti utilizzata. La società, a dire della Corte, ha posto in essere “un trattamento diffuso di numerose altre informazioni indicative anche degli specifici contenuti degli accessi dei singoli siti web visitati […], operando […] untrattamento di dati eccedente rispetto alle finalità perseguite […]”.

Pure se i dati personali sono stati raccolti nell’ambito di controlli informatici diretti a verificare l’esistenza di un comportamento illecito del prestatore di lavoro, le informazioni di natura sensibile possono essere trattate dal datore, senza il consenso dell’interessato, quando il trattamento è “indispensabile” a far valere, oppure difendere, un diritto in sede giudiziaria. Nella fattispecie tale “indispensabilità” non è stata ritenuta sussistente.

Luca Zenarolla

Avvocato, mi occupo sin dai tempi dell'Università di diritto delle nuove tecnologie. Sono il presidente del Centro Innovazione & Diritto.

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